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  19 Dicembre 2018
15/10/2014 di Francesca Castiglia

Adrian Paci si racconta tra memoria e contemporaneità



MILANO Fino all´8 novembre è possibile visitare la mostra di Adrian Paci "La gloria vostra fu sole", allestita presso la Galleria Kaufmann Repetto di Milano.
Artista albanese, classe 1969, Adrian Paci vive e lavora a Milano, dove si è trasferito alla fine degli anni Novanta a causa dei disordini nel suo Paese.
Nelle sue opere, Paci non è tanto interessato a evidenziare la dinamica politica e sociale dell´Albania, quanto piuttosto a prendere spunto da vicende umane reali, a lui familiari, traendone il significato della vita stessa e toccando le pulsioni più profonde. Una parte considerevole del suo lavoro è dedicata alla tematica della perdita e dell´abbandono, come anche allo strappo della partenza, al dolore dell´abbandono e al confronto con l´altro. È un argomento sviluppato dall´esperienza dell´emigrazione, espresso attraverso il racconto del ricordo e della memoria. La sua attività si caratterizza per un´impronta narrativa e per un forte senso di umanità, attraverso una dimensione intima che si coniuga con una presa di distanza critica.
Anzitutto esperienze sperimentate in prima persona, ma anche tematiche generali, sono per l´artista il viaggio, il trasferimento, il rapporto profondo con il luogo di origine e la necessità di creare nuovi modi di vivere, nuove forme di relazione con il contesto e linguaggi artistici attraverso i quali esprimersi.
Tratto distintivo di Adrian Paci è l´eterogeneità dei materiali: utilizza molteplici tecniche, senza prediligerne una in particolare, per poter avere a disposizione un´ampia libertà espressiva, che si declina attraverso dipinti, fotografie, sculture e video.
Nella mostra alla Kaufmann Repetto, due grandi mosaici occupano le pareti frontali della galleria, mentre altri gruppi di disegni e dipinti si dispongono intorno a queste due opere principali.
Tra i disegni, vi è un richiamo al film "Il colore del melograno" del regista georgiano Sergei Parajanov, ispirato alla vita di uno dei più grandi poeti armeni del Settecento, Sayat-Nova (pseudonimo di Harutyun Sayatyan). In questo caso, il lavoro si configura come un´occasione per affrontare il ruolo dell´artista all´interno della società in cui vive e opera.
Altre opere, invece, si ispirano ai registi Derek Jarman e Pier Paolo Pasolini. A quest´ultimo, del resto, Paci aveva già fatto riferimento in un´opera del 2005 intitolata "Cappella Pasolini", dove aveva realizzato una capanna con assi di legno, al cui interno aveva inserito dipinti di scene tratte da film pasoliniani. Sia in quel caso, che in questo, l´artista ha inteso instaurare un dialogo con Pasolini, recuperando il portato storico-artistico che sottende l´opera del regista, nella maniera per cui se Pasolini partiva dall´arte per generare immagini filmiche, Paci riporta le scene dei film alla loro sostanza pittorica. I lavori in mostra, resi autonomi rispetto al contesto a cui fanno riferimento, abbandonano così le relazioni con il linguaggio filmico, diventando materia pittorica al pari delle rappresentazioni di cronaca.
Nei due mosaici, le diverse narrazioni portate avanti nelle altre opere si fondono, in un´alternanza tra gioco e commemorazione, tra vitalità e immobilismo. I mosaici sono espressione, per la loro stessa essenza, della natura del lavoro di Adrian Paci. In essi, la polvere e la terra, descritte spesso nei disegni, si fanno intonaco. In questo caso, l´artista utilizza il marmo per nobilitare la natura degli accadimenti della vita che rappresenta, per mutare la loro banalità in un racconto epico. Tramite la pietra, costruisce un racconto e dà vita a dei personaggi. Nei mosaici viene narrato un viaggio già illustrato più volte in precedenti lavori di Adrian Paci . Nella struttura di questi lavori il viaggio si compie, si potrebbe dire, tangibilmente, attraverso il passaggio tra diversi livelli narrativi, storici e geografici.
In uno dei due mosaici viene delineato un episodio tratto nuovamente dal film del regista Sergei Parajanov, ovvero il taglio delle erbe infestanti che crescono sul tetto del monastero Haghpat, in Armenia. Viene rappresentata una parte dell´edificio, con i falciatori in fila sulla sommità, mentre il poeta Sayat-Nova si trova più in basso.
Protagonista, invece, degli altri lavori è un campionario umano eterogeneo: si passa da bambini e nuotatori, a giovani soldati che si destreggiano in esercizi di coraggio, raffigurati in maniera dura e livida. Queste opere sono realizzate con più disinvoltura e fluidità: sono figure di transizione, spesso illuminate da una luce abbacinante, che quasi confonde le sagome, sfumandone il contorno. In questo caso, Adrian Paci opera una sottrazione, levando al colore ogni timbro vivace per renderlo arido, incidendo con vigore le linee principali e tralasciando, invece, i dettagli.
Lo sguardo di Adrian Paci, dunque, passando attraverso la concretezza dell´esperienza personale e il filtro dell´emotività, si anima e dona profondità alle sue opere. Nell´attività dell´artista si fondono così, in maniera intensa, ciò che è personale e ciò che è collettivo, la dimensione soggettiva e la realtà sociale.

Kaufmann Repetto
Via di Porta Tenaglia, 7 - 20121 Milano
mart-sab 11:00-19:30
www.kaufmannrepetto.com


GALLERIA FOTOGRAFICA
 
 
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