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  19 Dicembre 2018
08/01/2014 di Irene Piroli

Itinerari iconografici del pittore Paolo di Giovanni da Visso e della sua scuola

Itinerari iconografici
Itinerari iconografici
Paolo, di Giovanni da Visso, pittore del XV secolo, personalità ‘ecclettica´ in un´epoca e in luogo in cui la maggior parte della gente si dedicava all´allevamento, alla pastorizia e all´agricoltura, nato tra le montagne intorno a Visso, stupendo borgo medievale dell´entroterra maceratese incastonato in una vallata. Tra il 1300 e il 1400 Visso assume tutte le caratteristiche della città rinascimentale, gode di una florida economia favorita soprattutto dalla sua posizione lungo una delle principali vie tra le Marche, l´Umbria e Roma. La comunità dell´Alto Nera, della quale Visso fa parte, dalla sua costituzione fino alle invasioni napoleoniche, è sempre stata suddivisa in cinque distretti federati chiamati Guaite: la Guaita Plebis (Visso e Vallopa), la Guaita Villae (Villa Sant´Antonio), la Guaita Pavesorum o Pagese (Macereto, Cupi e Aschio), la Guaita Montanae (Castelsantangelo sul Nera e le sue ville) e la Guita Uxitae (Ussita e le sue ville). Ogni Guaita aveva un suo territorio, con confini ben definiti, e costituiva un´entità sociale autonoma, con un patrimonio, un ordinamento militare e un´amministrazione speciale gestita dal consiglio dei Massari della Guaita stessa. Le opere di Paolo da Visso sono legate ad un ognuno di questi territori in maniera diversa ma indissolubile. Scopo principale del mio scritto è infatti quello di rintracciare percorsi iconografici inconsueti riconducibili al pittore nelle varie località in cui egli o la sua scuola hanno operato.
In particolare a Visso è legata l´iconografia della Madonna del Soccorso o del Voto. Infatti intorno all´anno 1425 la città era scossa da tumulti, delitti, tantoché il giovane reggente del governo Piergentile da Varano, famiglia nobile originaria di Camerino, non sapeva più come placare le discordie che insorgevano continuamente. Il fratello di Piergentile, Gentil Pandolfo, pensò bene allora di invitare il missionario predicatore San Giacomo della Marca per una missione pacificatrice. Quest´ultimo istituì un tribunale di pacificazione con il potere di imporre multe e pene ogni qualvolta si fosse rese necessario, inoltre diede vita al Monte di Pietà presso la Chiesa di Sant´Agostino per permettere ai più poveri di fuggire all´usura perpetrata dai ricchi ebrei che avevano un banco a Visso. Proprio in seguito alle prediche di san Giacomo nella zona e in conseguenza di carestie e pestilenze intorno agli anni Sessanta del ‘400 Paolo di Giovanni da Visso fu incaricato di dipingere un affresco proprio nella Chiesa di Sant´Agostino rappresentante una Pietà tra adoranti, i santi Agostino e Nicola da Tolentino, l´Eterno fra sei angeli, detta Madonna del Voto. (Immagine 1) L´iconografia è quella tipica dei gonfaloni processionali, particolarmente in uso in Umbria, dipinti per voto durante le calamità. Dall´inizio del XIV secolo, a tutto il XV, in tempo di peste i gonfaloni erano portati avanti alle processioni penitenziali e agitati al vento in segno di pentimento; oppure i superstiti dell´epidemia facevano dipingere altri gonfaloni come ex-voto per la morte scampata. Oltretutto può essere ragionevolmente visto come rappresentazione dell´atmosfera penitenziale che si doveva respirare all´epoca nelle regione e nella stessa Visso, soprattutto dopo le ferventi predicazioni di San Giacomo della Marca in città. L´affresco raffigura in alto tra due schiere di angeli, l´Eterno che scaglia le frecce (simbolo della peste), sulla comunità vissana che si ripara sotto un padiglione a cuspide. Sotto la tenda oltre al popolo vissano è rappresentata la Madonna in trono con il Cristo morto sulle ginocchia, e ai lati della tenda i Santi Agostino e Nicola da Tolentino, che ne tengono i lembi. Intorno all´orlo della tenda si legge una scritta in caratteri gotici che è stata interpretata in questo modo: Da tutti si pregato lux mundi in eterno chel populo vissano conservi en bono stato. All´interno della tenda posti ai lati del trono della Vergine si trovano due cartigli, sui quali, in versi popolari, sono scritte delle invocazioni cantate dal popolo vissano, gli uomini a sinistra e le donne a destra che si possono interpretare più o meno in questo modo: Intercede per Nui regina Sancta / denante al tuo Figliolu quale è iratu / che fine aggia questa tempesta tanta / la quale avimu per lu nostru peccatu / et della tua sancta gratia ce admanta / che quistu populu non sia sagettatu / da queste sagette che passano el core / pregalo che el faccia per tuo amore Nui cogniscimo che no simo degni / Matre che per nui degge pregare / perché d´ogni iniquità nui simo prigni / et non cessimo sempre de malo fare / ma la tua clementia se degni / per nui peccatori volere orare / ad tuo Figliolu Re incoronato / che cesse la moria de omne lato. (Immagine 2 e 3). L´affresco fu staccato nel 1868 dalla cappella della Chiesa di Sant´Agostino (oggi Museo Civico Diocesano), per essere trasferita nella vicina Collegiata di Santa Maria, poi di nuovo reinserita nella sua collocazione iniziale dove si trova ancora oggi. Un altro affresco, attribuito dalla critica più recente ai seguaci di Paolo da Visso e in particolare a Tommaso di Pietro e con tutta probabilità anch´esso consequenziale ad una predica di San Giacomo della Marca è il Cristo risorto ed attrezzi dei mestieri proibiti nei dì festivi (Immagine 4) che si trova nella Chiesa di San Martino dei Gualdesi di Castelsantangelo sul Nera. Il modello iconografico in cui il Cristo appare circondato da una serie di strumenti di lavoro, o da una serie di divertimento, si collega con le usanze popolari riguardanti il precetto della santificazione delle feste, e la proibizione di compiere in tali giorni lavori o azioni considerate peccaminose.
Nell´affresco sono raffigurati con molta cura attrezzi e utensili richiamanti i relativi mestieri, posti sotto la processione del Crocefisso. In alto ancora una volta in un cartiglio si legge: In questo modo offremo la domenica. A sinistra del Cristo è raffigurato un calice gotico, che sintetizza l´essenza del comandamento di dover santificare le feste, e nel caso ciò non si faccia, in basso, sono raffigurati come monito due diavoli che tengono accalappiati con corde un gruppo di dannati e la scritta nel cartiglio: Li diavuli cu li lacci han pigliati quilli che le domeneche e le feste commannate non l´anno onorate et santificate et parerà dolce lo peccato per menarce alle pene tanto amare. L´immagine è quella di un Cristo sofferente e il messaggio principale è la denuncia di una colpa degli uomini che stanno compiendo azioni che contrastano con l´insegnamento della Chiesa. La finalità di questa iconografia, secondo l´antica tradizione pittorica popolare, era didattica e catechetica, una sorta di sermone ad alto contenuto apocalittico, soprattutto in questo caso per contadini ed artigiani. Queste due iconografie sono esempio di una committenza popolare o comunque molto legata alla vita contadina ed alle ricorrenze e credenze religiose delle valli intorno a Visso.
Paolo però ebbe anche delle committenze più importanti e specializzate come quella per La Vergine con il Bambino,(Immagine 5)unica opera firmata dall´artista oggi al Musée du Petit d´Avignone e proveniente dal convento francescano di Santa Maria dell´Oro di Terni. Concludendo possiamo dire che le notizie sulla vita del pittore vissano sono poche e incerte a partire dall´anno di nascita e quello di morte sui quali i critici sono sempre stati molto discordi. Si può dire genericamente che fu attivo tra gli anni ´30 e gli anni ´80 del ‘400, e che probabilmente ebbe anche una sua bottega a Visso, frequentata da vari allievi, che si trovava nell´attuale Via Giacomo Leopardi, vicino al Palazzo dei Priori. La formazione e l´iter artistico di questo artista presentano un´evidente eterogeneità d´influenze, che in mancanza di documenti certi si ricostruiscono in base a ipotesi.
La sua figura di artista montanaro riesce però comunque a distinguersi e a primeggiare rispetto ad altri artisti suoi contemporanei, grazie alla sua integrità di linguaggio caratterizzata da maestosità, ingenuità, raffinatezza e volontà di sottrarsi a regole e convinzioni dell´epoca

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