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  19 Dicembre 2018
14/11/2013 di Demetrio Minuto

In merito alla valorizzazione del patrimonio culturale

VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE
VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE
L´art. 9 della Costituzione, tra i suoi principi ispiratori, come ricordatoci dall´attento e rigoroso Stefano Rodotà, così recita "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica". Al comma secondo quale affermazione logica e conseguenziale del primo recita: "tutela il passaggio storico e artistico della Nazione".
Secondo lo Zingaretti ma probabilmente, anche secondo i nostri magnifici e dimenticati Padri costituenti, il concetto di promozione sta non solo nel dare impulso ma anche nel "favorire e sostenere". Tale articolo è stato ripreso dal Dlgs sui Beni Culturali per ricordare giustamente che "la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all´art. 117 della Costituzione (potestà legislativa in materia di esclusione spettante allo Stato) e secondo le disposizioni del presente Codice", che diciamolo subito, prevedono deleghe in favore delle Regioni cd in alcuni casi ai Comuni e alle Provincie. Gli articoli 2 e 3 delle disposizioni generali sul Testo Unico dei Beni Culturali di cui al già citato Dlgs 22.1.2004 n. 42, ricordano che "i beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica, sono destinati alla fruizione della collettività" e che la tutela degli stessi comporta che sia "garantita la protezione e conservazione per i fini di pubblica fruizione". Come si vede la parola fruizione per i beni culturali pubblici ricorre frequentemente e sta a significare godimento ed uso a favore di ogni cittadino, aggiungerei senza discriminazioni di nessun tipo.
Lascio a chi visita il sito Belle Artisrls o il foglio on-line della società, giovane start up, giudicare se al momento per quanto attiene ai beni pubblici di interesse culturale, la Costituzione si attesa o disattesa. Per rispondere a questa domanda vi invito a porre un attimo di attenzione all´art. 6 del Testo Unico sui Beni Culturali laddove si definisce in modo peraltro assolutamente corretto cosa debba intendersi per valorizzazione dei beni culturali sia che essi siano in "mano pubblica che privata".
Il Testo Unico peraltro in materia di beni culturali in possesso di privati, contiene copiose disposizioni per la tutela dei beni stessi e per la "fruizione" da parte della collettività, ponendo peraltro un problema di carattere etico, ma anche di opzione politica e precisamente se un "bene patrimonio di un Paese o patrimonio dell´umanità abbia un senso che sia di proprietà privata, quindi alienabile". Mi viene subito replicato che lo Stato può esercitare il diritto di prelazione. Sul punto vi chiedo di informarvi dalla data di entrata in funzione non già della Costituzione, ma del vecchio Testo Unico sui beni culturali Legge 1089/39si, proprio anno 1939, quante volte lo Stato abbia esercitato questo diritto prelatorio. Si contano forse sulle dita di una mano, ma non vorrei che la mano si offendesse. Peraltro in linea con questo atteggiamento di peccaminosa inattività o passività, l´allora Ministro Tremonti affermò che "con la cultura non si mangia". Penso che quanto sopra ricordato in termini di negatività, abbia influenzato "la scarsa" fruizione degli italiani dei beni culturali, per fenomeni evidentemente non solo attribuibili a chi dispensa scarsi fondi nelle leggi finanziarie, ora cosiddette leggi di stabilità, al Ministero dei Beni Culturali e all´arte in genere, ma vada addebitata agli stessi italiani, come da alcuni indicatori che vengo ad esporre e che mi sono stati gentilmente forniti dalla Fondazione Censis, centro prestigioso di ricerca. Ad esempio nella classifica in termini percentuali di persone che hanno visitato un sito culturale almeno una volta negli ultimi dodici mesi per genere, gruppo d´età e livello d´istruzione, il Censis fornisce per il 2006 i dati di cui appresso su un campione di età dai 25 ai 64 anni. Il risultato ci pone nell´ambito dei paesi europei al penultimo posto con un totale del 27% diviso equamente tra donne e uomini, con un picco di età compreso tra i 35 e i 44 anni e con un livello d´istruzione alto seppur inferiore a quello deglialtri paesi. Sitenga peraltro conto che i dati consuntivi sono del 2006, ultimo anno di reale sviluppo industriale. Se poi andiamo a investigare la percentuale dei fruitori di beni culturali in un anno, troviamo incredibilmente che nei musei e mostre, e dall´altro nei siti archeologici e monumentali dal 2001 al 2011, questa per i primi è costante per un deludente circa 28- 29%, mentre per i secondi è parimenti costante, ma solamente al 22%. Stessi dati deludenti li troviamo per la lettura dei quotidiani o dei libri nell´arco di dieci anni in cui si è avuto un decremento del 5% per i primi, e una sostanziale staticità per i secondi. Discorso ancora più drammatico va fatto sulla frequentazione delle biblioteche che registra un secco -23,4%.
Se andiamo a vedere i visitatori dei primi cento musei italiani a parte i Musei Vaticani che si attestano su ben 5 milioni, nonostante i disagi per i visitatori comuni, al secondo posto troviamo la Galleria degli Uffizi. Apprendo con stupore che i visitatori si attestano annualmente a 1,7 milioni, mentre il Macro di Roma anno 2011 su 350 mila visitatori. Non credo che questi miseri numeri siano riconducibili al fatto che ci s´informa attraverso internet. Pochi giorni fa ho incontrato alla Feltrinelli di Roma un noto giornalista già Direttore de il Sole 24 Ore, con il quale ho avuto una frequentazione non lunga, ma intensa. Ho comprato il suo recente libro "Il web ci rende liberi". Ho trovato spunti di tutto interesse come quando il grande Montanelli, diffidente di internet sentenziò: "meraviglioso per il futuro, non lo userò mai". Al di là che Montanelli non poteva smentire il suo caratteraccio, ritengo che navigare sia utile, ma si deve approdare a qualche cosa che travalichi la semplice visione,altrimenti dovrei dare ragione a quanti affermano "quando usiamo un servizio web gratuito non siamo noi i clienti, siamo la merce". Questo tanto per dire che non ritengo affatto che la cultura abbia subito un processo di transumanza dalle mostre, gallerie, siti, pinacoteche ecc., alla rete. Probabilmente le considerazioni presenti nella prima parte dell´articolo e i dati riportati ci dicono, che la Nazione che ha più sitimarchiati Unesco cioè l´Italia, è una di quelle che meno ne usufruisce. Forse colpa dei servizi nei musei e siti, peraltro feudo di pochi privati, come riportatonel numero 43 di Panorama uscito il 15.11.2013, o poca professionalità nelle guide e negli opuscoli (è solo un´ipotesi), o il prezzo del biglietto troppo esoso (seppur di gran lunga inferiore a quello di un ludico spettacolo calcistico), o sono gli italiani stessi refrattari a voler valorizzare l´arte che può essere fonte di lavoro e di sdoganamento da logiche puramente "illiberali". Da ultimo un dato che forse racchiude tutto il discorso. In Italia, paese di innumerevoli opere d´arte, la spesa in cultura è pari al 1,1% del PIL , mentre mediamente negli altri paesi la spesa è quasi doppia. Un vero disastro culturale, economico e occupazionale. Emerito Ministro Massimo Bray questo grido di dolore e di indignazione è anche il suo, lo immagino, e se così è, cosa pensa di fare per mantenere decorosamente il nostro patrimonio artistico?
 
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