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  15 Dicembre 2018
04/07/2014 di Annarita Mazzei

La Cappella del Palazzo dei Conservatori


Durante il pontificato di Gregorio XIII, tra gli anni 1575-1578, la cappella del Palazzo dei Conservatori, fu affrescata con le storie dei SS. Pietro e Paolo.
Nel 1501, sotto il pontificato di Alessandro VI, i Conservatori di Roma avevano ottenuto la possibilità di possedere nel loro palazzo un altare portatile e di incaricare un cappellano per celebrare messa.
Solo nella seconda metà del ‘500, con il rifacimento del palazzo su progetto di Michelangelo, la residenza dei Conservatori fu corredata di una cappella fissa. L´ambiente prescelto era al di sopra del portico interno, tra la Sala delle Guerre Puniche, quella dei Capitani e l´anticamera dove un tempo era l´archivio. L´unica fonte di luce era una finestra sul cortile e presentava un´unica porta d´accesso sulla Sala di Annibale, che incornicia sul lato opposto l´altare.
Nel Libro dei ricordi di Prospero Boccapaduli risultano i pagamenti per la decorazione della cappella, in un periodo compreso tra il 14 aprile del 1575 e il 15 febbraio dell´anno seguente, a favore dei pittori Michele Alberti da Borgo S. Sepolcro e Giacomo Rocchetti, noto soprattutto per essere uno stuccatore, lo stesso che con Giacomo del Duca, allievo di Michelangelo, condusse a termine il celebre ciborio del Buonarroti avviato per S. Maria degli Angeli. I due avevano già collaborato nella esecuzione del fregio nella Sala dei Trionfi del medesimo palazzo e a loro probabilmente si deve la ricca decorazione a stucco nella cappella. Sembra che inizialmente l´altare fosse in una nicchia e che fosse stato affrescato da un pittore di nome Marcello, forse il Venusti.
La decorazione delle pareti offre quattro ricche cornici in stucco fiancheggiate da coppie di angeli e sormontate da timpani spezzati e animati da puttini. Sopra la finestra interna, ora chiusa, verso la Sala dei Capitani, è lo stemma di Gregorio XIII. La volta è arricchita da quattro edicole rette da telamoni con timpani ornati di festoni, entro le quali sono affrescati quattro episodi della vita dei SS. Pietro e Paolo: la Consegna delle chiavi a S. Pietro; la Conversione di S. Paolo; la Crocifissione di S. Pietro e la Decapitazione di S. Paolo. La pala d´altare, dipinta su lavagna, raffigura la Madonna in gloria tra i Santi Pietro e Paolo. La scena è ambientata nella città di Roma, infatti, lo sfondo presenta una sommaria veduta di Roma, in cui si intravede la cupola del Pantheon. Il dipinto è attribuito ad Avanzino Nucci, ma non esiste una relativa documentazione, sebbene le guide dell´Ottocento sono concordi con tale attribuzione accolta dalla critica moderna. Le pareti incorniciate da stucchi dovevano essere decorate con affreschi, sostituiti nel corso della metà del ‘600, con una serie di pitture su tela. Il progetto iconografico, visto nella sua interezza, manifesta chiaramente la dedicazione della cappella alla Vergine e ai Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma. Nell´ovato al centro della volta era dipinto il Padre Eterno: l´affresco esisteva ancora nel 1856 e le fonti ne sottolineavano la qualità superiore rispetto agli altri. Sui quattro angoli della volta, quattro coppie di angeli sorreggono lo stemma coronato del Senato Romano. Baglione dà un duro giudizio sulla qualità degli affreschi che risultano trascurati. L´esecuzione dura del Rocca, infatti, accentua l´espressione aggressiva e popolaresca delle scene. Una mano diversa, forse quella del pittore di San Sepolcro è riconoscibile nella Conversione di S. Paolo, dove si scoprono un´intensità pittorica e una caratterizzazione atmosferica, ben distanti dell´aridità di Giacomo della Rocca, così come la scioltezza del tratto e delle variazioni tonali si diversificano dal rigore formale di altre scene. Lo stile del Rocca, difatti, si contrassegna di un´esecuzione debole e più grafica che pittorica. Dello stesso pittore potrebbe essere anche la Decapitazione, ormai illeggibile e ancora di più la Crocifissione di S. Pietro.
La condizione degli affreschi e i numerosi ritocchi e ridipinture registrati nel 1629 ad opera di Matteo Pagano, rendono difficoltosa un´unitaria lettura stilistica che, oltretutto, nelle antiche guide risulta attribuita alla scuola dei Carracci.
La decorazione della cappella dei Conservatori, si associa alle numerose scene di martirio che trovano spazio nei luoghi di culto del teatro della Roma cinquecentesca, la cui sacralità è nobilitata dalla scoperta della Roma subterranea.
Non la sola produzione artistica ne è permeata, ma anche nelle fonti letterarie s´insinua il volto della morte come leit-motif della Chiesa trionfante. Basti accennare all´Arte di ben morire di Bellarmino che, con diretto riferimento alla dottrina patristica sul martirio, afferma che per «ben vivere è necessario ben morire».
Gli scenari ideati sono arricchiti da scorci archeologici, testimoni dei trionfi cristiani.
Cesare Ripa offre un´immagine del martirio come un «giovane bello, e ridente, vestito di rosado, con gli occhi rivolti al cielo, e le carni asperse di sangue, haverà per le membra i segni delle ferite, le quali à guisa di preziosissime gioie risplenderanno».
L´iconografia del secondo ‘500 traccia un costante fine disciplinante, al quale la società religiosa romana mira nella formazione dei fedeli, non solo nell´istruzione dei precetti ortodossi, ma anche nelle manifestazioni di devozione. Il linguaggio delle arti sacre è affrancato dal manierismo e dalle raffinatezze, é semplice come la platea a cui si dedica, il popolo, anche quando il luogo del culto è destinato ad una devozione di carattere meno popolare, come la cappella dei Conservatori.
 
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