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  15 Dicembre 2018
13/11/2013 di Demetrio Minuto

Le donne nell´arte del XV secolo ad Artemisia gentileschi

LE DONNE NELL’ARTE
LE DONNE NELL’ARTE
Mi è stato commissionato dal Foglio dell´Arte la cui testata online è di proprietà di Belle Arti srls, di investigare se nella storia dell´arte e, spiccatamente e relativamente al periodo sopracitato, vi fossero figure femminili quali pittrici, per qualche ragione degne di menzione da parte dei critici, o degli storici in materia.
Il lavoro non tratta, né ha intenzione di trattare del rapporto esistente tra i pittori in quanto maschi e le donne quali tali, stante che la centralità per i primi (cioè i maschi) della figura femminile nei suoi vari e svariati aspetti soprattutto di significatività religiosa, è già stata trattata in modo egregio da più autori, tra gli ultimi l´ottimo Vittorio Sgarbi il quale nel suo libro "Piene di grazia, i volti della donna nell´arte" ha già mirabilmente inserito nel contesto storico detta figura, fin dall´introduzione del suo mirabile libro nel quale si spinge a definire la donna quale "perfezione del creato", in senso evidentemente laicista.
Di assoluto interesse anche per chi non è un critico dell´arte, è la visione, il contesto, le fattezze, l´espresso e il non espresso ma intuibile, che lo Sgarbi attribuisce ai vari autori di figure femminili, quale Maria nel Cimabue, Eva nel Van Eyck, il Carpaccio nel delicatissimo Sogno di Sant´Orsola, il Murillo nelle donne del popolo, non donne inanimate ma donne protagoniste anche nel sociale, fino ad arrivare, dopo un lungo processo di destoricizzazione e di non necessario affrancamento o sudditanza alla religione, a raffigurare la donna quale madre di tutti i comportamenti. Mi riferisco ad altri autori quali più di recente il Manet, Il Coubert, Klimt e tanti altri quali il Balthus. Donna quindi rivisitata di recente dagli uomini, perlomeno in corretta e supposta apparenza, dove coesistono e si intrecciano neutralità tra il maschile e il femminile e dove quest´ultimo polo è al tempo stesso innocenza e peccato e perché no anche virtù e vizio nonché piacere e dannazione.
All´uopo, cioè alla versione del femminile in quanto tale, perlomeno fino al seicento italiano, basterebbe riprendere uno degli scritti deuteropaolini , la Prima lettera a Timoteo.
All´interno di un esortazione esplicitamente destinata alle donne cristiane, con una nota persino sul loro abbigliamento, si legge un paragrafo sconcertante per il lettore moderno credente o no: "La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull´uomo: rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza (Timoteo 2, 11-15). Ce le ricorda Il Sole 24 Ore edizione domenicale.
Ovviamente non possiamo ora identificare le componenti culturali soprattutto giudaiche, sottese a questo passo che ebbero poi incidenze in molte scelte pastorali. Gourgues esegue questa operazione con rigore e senza indulgenze apostoliche, considerando questo testo come "il punto estremo di un irrigidirsi (durcissement) progressivo dell´atteggiamento cristiano nei confronti della donna". Un approdo non definitivo, però, proprio perché lo stesso Gourgues identifica almeno tre tappe in un processo generale che è più complesso: l´affermazione dello specifico cristiano, libero e liberante rispetto al modello socio-culturale contingente, il riferimento dello specifico cristiano a quel modello nella concretezza delle situazioni e, infine, la scelta presente proprio nel testo della Prima lettera a Timoteo, che presuppone l´adozione di quel modello socio-culturale e lo sforzo (teologicamente faticoso) di giustificarlo.
Non mi dilungo oltre sul tema o sull´opera dello Sgarbi prezioso studioso e critico dell´arte che ha tra l´altro la non comune qualità di "urlare" tutta la sua indignazione per la colpevole e indecente indifferenza che la politica riserva alle Belle Arti Italiane. Politica capace di redigere un testo o nel tempo più testi unici delle Belle Arti, ma incapace non solo di incentivare "il bello", ma di mortificare l´immenso patrimonio artistico italiano, con investimenti che tali non sono, in quanto lo Stato elargisce o meglio, elemosina fondi del tutto ridicoli, negando che l´Arte in Italia è il più credibile mezzo per accrescere il PIL e dare credibilità e dignità al lavoro di tanti giovani. Parlo dell´ovvia valorizzazione dell´arte, anche nei suoi possibili contenuti economici. Questa d´altronde è anche al missione di questo "Foglio" che non farà sconti agli scempi e all´indecenza.Torno al mio tema, maledettamente scarno di contenuti sia perché il periodo che devo investigare, minimizza la creatività delle donne nell´arte pittorica, sia perché è privo di efficaci riscontri nella critica d´autore. Tra tutti voglio citare un solo significativo risconto su quanto qui detto. L´Argan nella sua opera, cioè nel periodo temporale che mi accingo ad investigare, nella sua opera "Storia dell´Arte Italiana" volumi secondo e terzo, tra i pittori od in genere gli artisti che si sono cimentati in arti grafiche non cita o non riesce per motivazioni a me oscure, a citare una sola figura femminile. Per trovare menzione "accurata" della donna nel ruolo di pittrice, degna di considerazione al maschile, bisogna infatti arrivare ai primi del seicento dove si scopre la figura di Artemisia Gentileschi figlia di Orazio stimato pittore toscano. Di essa si occupa anche l´Argan. La figura di Artemisia Gentileschi al fine di quanto commissionatomi, non attiene tanto al talento della pittrice, la cui arte di volta in volta si rifà anche al Merisi o al Carracci, quanto alla sconvenevole circostanza che l´ottimo uso del colore, della prospettiva e del simbolismo, nell´immaginario collettivo hanno lasciato il posto alle sue crudeli vicende familiari o di "buon vicinato", fatte o di attenzioni morbose o addirittura di bieca violenza. Peraltro la storia di questa giovane artista è ben nota. Meno note rispetto ad altre opere maschili del periodo, sono le sue pregevoli opere d´arte frutto di uno stupendo tripudio di colori con sfondi chiaro-scuri di scuola Caravaggesca o tante innumerevoli opere realizzate tra Napoli e l´Inghilterra che non cito in quanto più che note. L´attenzione maschile per la sua opera è incentrata in due splendidi dipinti, Giuditta che decapita Oloferne o Susanna ed i Vecchioni (vedi immagini n. 1 e n. 2), in quanto nella prima vi è la raffigurazione della volontà di riscatto anche attraverso la violenza, mentre nella seconda vi è l´ardire di chi si ribella ad una condizione di inferiorità o sudditanza. Inferiorità e sudditanza peraltro inesistente in campo culturale ma reale in quanto frutto di un contesto temporale nel quale la donna non era più né la Madonna del medioevo, ma neanche la donna di oggi, in una società ancora alle prese, seppur nella sua estremizzazione con il femminicidio, comportamento sicuramente deplorato, penalmente rilevante, ma represso solo quando i fatti dimostrano che nulla si è fatto per prevenirlo. Ne deduco forse impietosamente che l´interesse per Artemisia non è, e non fu, quale mirabile artista che operava in un mondo di soli uomini anche volgari, ma per la morbosità della sua storia che tanto attrae menti distorte. Fino ad Artemisia non vi furono pertanto storie di pittrici autonome, professioniste libere, imprenditrici dell´arte, datrici di lavoro nelle botteghe artigiane, ma solo autrici figlie dell´arte, o monache. Peraltro la stessa Artemisia era figlia del pittore Orazio, un quadro del quale è custodito ed esposto se pur con luci improprie nella pinacoteca di Visso, nella mia Valnerina. A corredo della mia tesi porterò quale esempio alcune pittrici, poco note e non particolarmente fortunate per il tipo di prodotto che seppero creare e far conoscere. Stante che l´oscurantismo religioso di quel periodo mal tollerava che eventuali professionalità femminili nel mondo dell´arte potessero emergere nell´universo del "maschile" nel 1400 e nel 1500 alcune religiose quali la Caterina de Vigri e la Plautilla Nelli si distinsero per alcune opere pittoriche di scrupoloso ed attento manierismo religioso. Della prima si ricorda una Madonna con bambino di buona fattezza, bambino da un lato benedicente, dall´altro umanamente attaccato alle vesti della Madre la quale lo cinge con altrettanto terreno affetto (vedi immagine n. 3) Un altro suo dipinto di interesse ritrae Santa Caterina inginocchiata di fronte a Sant´Orsola. Detta attribuzione non è certa in quanto altri l´assegnano al pittore Niccolò di Pietro, pittore tardogotico.
Il dipinto si trova presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna. A proposito di Sant´Orsola come non si può ricordare il dipinto della stanza, dove il Vittorio Carpaccio inserisce quale figura centrale la principesca Orsola che sogna e accanto al suo letto con grande sfoggio per la profondità del contesto, inserisce in un unicum un angelo biondo, un secchiello per l´acqua benedetta, non disdegnando peraltro, altri particolari non mistici quali il letto a baldacchino, uno scaffale pieno di libri, un cagnolino bagnato da una luce intensa e tant´altro. (vedi immagine n. 4).
E veniamo a Plautilla Nelli altra monaca che nel 500 seppe mirabilmente raffigurare una Madonna con il bambino benedicente, ma allo stesso tempo con in mano un libro il cui contenuto stante il contesto poteva essere messianico, anche perché contorniata da figure cariche di spiritualità. (vedi immagine n. 5). Citiamo inoltre della stessa autrice, il Cristo dopo la flagellazione (vedi immagine n.6), con donne in preghiera e in venerazione tra le quali mi sia permesso annoverare la stessa Maddalena che amorevolmente gli accarezza i piedi martoriati dal chiodo infisso nella croce. Stesso filone è attribuibile ad Antonia monaca carmelitana figlia di Paolo Uccello. E veniamo ad altre pittrici che si erano formate attraverso l´insegnamento di padri-pittori liberali, intendendo in quel periodo con tale termine uomini disposti a che le figlie d´arte ricevessero committenze e semmai viaggiassero per corti o botteghe anche europee. Uno di questi esempi è la ritrattista Sofonisba Anguissola che si fa apprezzare quale buona ritrattista. Si vedano ad esempio l´opera i Tre bambini con il cane (vedi immagine n. 7), o il ritratto delle Infante di Spagna, Isabella e Catalina. Vi è anche un ritratto della stessa Anguissola. Non si sa bene se l´autrice fosse essa stessa o addirittura il Van Eyck conosciuto nel suo errare. (vedi immagine n. 8). Molto più impegnativi il quadro in cui sono ritratte tre sorelle in atto di giocare a scacchi con prospettiva e colore di tutto rispetto (vedi immagine n. 9) ed un altro quadro che rimanderebbe alle scene di vita quotidiana in cui i fiamminghi a metà cinquecento erano già esperti. Vi compare centralmente il padre con accanto la sorella, già presente nel quadro trattato ed un figlio maschio. Le posizioni dei personaggi non sono statiche ma in posa d´azione con visi espressivi che si scrutano, quali i due fratelli e l´espressione compiacente e sorniona del padre. (vedi immagine n. 10) Unico elemento statico è il cagnolino di famiglia. Ma continuiamo sulla ritrattistica, e troviamo nel 1500 un´altra donna anch´essa non imprenditrice di bottega, ma figlia del pittore Prospero Fontana, Lavinia Fontana. Sconvolgente un suo ritratto in cui rappresenta una bambina malata con le sembianze di una scimmia con in mano un probabile epitaffio (vedi immagine n. 11). Sembra un dipinto dell´Arcimboldi, anche senza le esagerazioni e i funambolismi dello stesso. Come non accostare questo ritratto ai fiamminghi poco o nulla attratti dal simbolismo religioso. In altri ritratti ritroviamo invece un manierismo di periodo, in alcuni casi di sicuro interesse ad esempio con un nudo femminile anatomicamente ed espressivamente di valore. E veniamo ad altra artista femminile di Barbara Longhi, la quale lavorò nella bottega paterna, pertanto altra figura di professionista per discendenza. Il padre Prospero è stato pittore valente di cui personalmente sono affascinato da una Madonna del latte (vedi immagine n. 12), probabilmente opera realizzata prima del Concilio di Trento, nel quale il bambino è comunemente assistito dalla madre senza le manine che si rivolgono al divino come in tante altre opere del periodo, e cioè dell´ortodossia cristiana. La figlia riprende i temi cari al padre, ma parrebbe meno legata all´iconoclastia cristiana. Di grande interesse la Madonna che prega mentre il bambino dorme. (vedi immagine n. 13). Non ci intravedo nessun simbolismo ma solo una madre affaticata e umana che prega affinché il bambino non si svegli. Andiamo adesso ad investigare le pittrici che hanno fornito il loro contributo per rappresentare le nature morte. Tra queste citiamo Fede Galizia anch´essa introdotta alla pittura dal Padre. Le sue nature morte sono stupende tant´è che sorge il dubbio che non sia stata la sua arte a prendere suggerimenti dagli autori del bacino delle Fiandre, ma l´esatto contrario. (vedi immagini n. 14 e 15). In Italia agli inizi del 1600 era il trionfo del manierismo mentre nel nord Europa pittori e committenti si sentivano sempre più sensibilizzati al dato del "naturale". Sullo stessa tema, troviamo anche un ascolana vissuta nel 1600, forse figlia dei Monti Sibillini. Ci riferiamo a Giovanna Garzoni altra pittrice di nature morte, ma anche ritrattista. Le sue nature morte brillano in lucentezza, vi è una esplosione stupenda del colore abbinata a frutti della natura non privi di significati allegorici. (vedi immagine n. 16 natura morta e immagine 17 ritratto). Riesce a portare brillantemente a sintesi la natura morta con il disegno scientifico. Da ultimo, forse perché fu la più nota ed apprezzata pittrice del 1600, sempre peraltro figlia d´arte e precisamente di Andrea Sirani, segnaliamo Elisabetta Sirani. Donna dotata di grande personalità fu indubbiamente parte della scuola bolognese barocca, ma in alcuni quadri il naturalismo l´avvicina straordinariamente alla scuola veneta con possibili incursioni nel paesaggio Valtellinese sul quale torneremo. Committenti di grande prestigio e maestri d´arte che ebbe a conoscere per l´autorità del padre le permisero di essere "sfacciatamente" competitiva con i pittori del momento. Di grande fascino ed espressività e forse naturalismo è il quadro Sant´Antonio da Padova ed il Bambino Gesù. (vedi immagine n. 18). Per un attimo le classiche Madonne con il Bambino lasciavano il posto ad una figura maschile. La sua bravura che le fruttò committenze di famose casate, la spinsero a cimentarsi nella rappresentazione di personaggi storici, con un successo riconosciuto anche da accreditati critici d´arte del nostro tempo. Torneremo sulla creatività ed espressività pittoriche di donne le quali in un mondo sicuramente al maschile, anche per l´oscurantismo della Chiesa, mal sopportavano personaggi non del tutto dediti alla quotidianità fatta di duro lavoro sia domestico che nei campi e nella gestione dello scarso paniere di cibo quotidiano da servire a più bocche, con qualche rara divagazione, non certo nell´arte della pittura ma in altre arti, indubbiamente meritorie quali la tessitura, la cura degli animali, la conservazione del cibo e quant´altro.
Siamo e saremo fieri di parlare dell´arte di quegli anni anche al femminile, trattando di altri talenti mai esaltati salvo la Sirani e pochissime altre eccezioni.
A chiusura del presente "foglio" rappresentiamo alcuni dipinti delle autrici prima citate.

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