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  14 Dicembre 2018
09/01/2015 di Francesca Castiglia

Bâton Serpent: l´opera di Huang Yong Ping al MAXXI



ROMA Animali imbalsamati e decapitati; lo scheletro di un serpente che si snoda lungo il soffitto del museo: l´artista cinese Huang Yong Ping ha scelto un impatto spettacolare e destabilizzante per la sua prima mostra in Italia. Installazioni monumentali sfidano i linguaggi tradizionali dell´arte per dar voce a tensioni, utopie e aspettative dell´uomo contemporaneo, ma demitizzandoli e deridendoli. Il titolo dell´esposizione, "Bâton Serpent", fa riferimento a un passo dell´Esodo presente nel Vecchio Testamento che racconta il miracolo della trasformazione di un bastone in serpente. È dunque chiaro come l´artista abbia voluto imprimere al suo progetto una forte valenza sacrale ed escatologica. Difatti, tutta la mostra è concepita come una sorta di "esodo", una fuga e un trasferimento del sapere e del potere, alla stregua di un processo liberatorio ed emancipatore, che parte dal pensiero contemporaneo per approdare a un luogo concettuale unico, dove proporre valori sociali e culturali alternativi.

È un´esposizione forte, volta a enfatizzare la posizione cruciale svolta dallo scetticismo, con cui l´artista intende sovvertire il predominio del razionalismo antropocentrico dell´umanità, ormai distante dalle proprie origini.

"Bâton Serpent" raffigura un incrocio culturale, in cui molteplici nodi tematici e iconografici vengono analizzati dall´artista: gli effetti della globalizzazione, le migrazioni, i patteggiamenti culturali, il neo-colonialismo, i conflitti religiosi, le trasformazioni economiche, i fondamentalismi politici. Attraverso una dialettica complessa e un´analisi della situazione geopolitica attuale, l´artista ha narrato l´intreccio di dinamiche storiche, culturali e politiche contemporanee, proponendo al contempo un dialogo tra di esse.

Spettacolarizzando il portato visionario delle opere, la mostra comincia dalla Piazza Alighiero Boetti antistante il museo con "Construction Site" (2007), che riproduce un grande minareto in alluminio, reclinato su una struttura d´acciaio e circondato da una barriera di stoffa. L´opera, lunga circa 12 metri, evoca uno stato di passaggio tra la messa in opera e lo smontaggio. La scelta di rendere solo parzialmente visibile il minareto suggerisce una riflessione sull´accessibilità dei luoghi sacri. Il minareto riflette sul tema della religione come unico strumento per raggiungere una comprensione "alta" e universale della vita, configurandosi inoltre come una satira di alcuni preconcetti occidentali sulla natura inevitabilmente minacciosa dell´Islam.

La mostra prosegue poi all´interno del museo con "Hei Hei Sina Sina", un strumento da preghiera tibetano realizzato in dimensioni enormi, composto da un cilindro in movimento su un tronco di legno. L´oggetto introduce la percezione di un pericolo imminente, dato dal forte movimento del cilindro e dell´oggetto che da esso pende. Il lavoro evoca il dialogo, a volte intimidatorio, tra religione e politica, ponendo in confronto la sfera sacra con la violenza, in un momento storico in cui la questione religiosa è presente in molti conflitti mondiali.

"Chefs" (2012) propone invece una decina di teste di animale imbalsamate (un cinghiale, un cavallo, un cervo, un topo, per citarne alcuni), disposte dalla più grande alla più piccola su un´asta di metallo appuntita, che termina colpendo un drappo rosso, quinta scenica alla violenza implicita del lavoro. L´istallazione che tocca lo spettatore come un pugno nello stomaco pone in questione il vivere insieme degli esseri viventi secondo regole prestabilite e le modalità di controllo e prevaricazione.

La mostra prosegue con "Bugarach" (2012), riferimento a una delle cime dei Pirenei francesi, per lungo tempo ritenuta l´unico luogo dove poter sfuggire alla distruzione del mondo predetta dai Maya. Huang Yong Ping ha stravolto lo spazio del museo collocando una montagna di cemento sul pavimento, attorno alla quale ha posizionato numerose specie di animali, prive di testa, a evocare scene apocalittiche. Le teste degli animali, con lo sguardo rivolto al cielo, sono invece presenti su un piatto bianco inserito nella montagna di cemento, sormontate da un elicottero in miniatura, metafore della complessa convivenza tra religione, folklore, potere politico e invincibilità della natura.

Con le sue lunghe vertebre in alluminio vi è infine "Bâton Serpent" (2014), che dà il nome alla mostra: lo scheletro di un serpente che si estende sinuosamente dal soffitto al pavimento, collegando idealmente il cielo alla terra. Il serpente o drago è una figura centrale della mitologia cinese fin dai tempi antichi: tradizionalmente associato all´acqua, alla conoscenza e alla saggezza, talvolta è anche simbolo di paura, creazione, desiderio, inganno o buona fortuna. Figura chiave in molte culture, testimonia l´interesse dell´artista a innescare un confronto e uno scambio tra società e religioni differenti.

Potrebbe risultare facile sebbene riduttivo ricondurre il senso del lavoro di Huang Yong Ping alla mera ricerca dell´effetto scenografico. Difatti, si avverte presto che nelle installazioni gigantesche e nei macabri cadaveri di animali si concentra, in realtà, un´attenta analisi del mondo contemporaneo, della società e delle sue contraddizioni, attinente alla volontà di generare riflessioni sull´identità dell´uomo e del mondo.

 

 

MAXXI Museo nazionale delle Arti del XXI secolo

Via Guido Reni, 4/A 00196 Roma

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